Parrocchia Santi Biagio e Stefano


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la domenica di P. Rungi

SPIRITUALITA'

Solennità della Pentecoste
11 maggio 2008

Il Consolatore di ogni delusione e sofferenza interiore

di padre Antonio Rungi


Celebriamo oggi la solennità della Pentecoste, ovvero della discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria riuniti in preghiera nel cenacolo. La solennità coincide con la seconda domenica del mese di maggio e con la festa della mamma. Due motivi in più per trasformare questa festa dello Spirito Santo in una festa di sentimenti veri, di autenticità di affetti, di amore sincero, di fuoco di carità che proprio lo Spirito del Signore ci dona mediante la sua azione santificante e illuminante. Egli è il Consolatore di ogni nostra delusione, di ogni nostra sofferenza interiore ed esterna. Egli è la nostra gioia e speranza soprattutto nella prova e nei dolori che attanagliano il cuore e la mente degli uomini. Tutte funzioni e azioni che lo Spirito Santo compie in noi e di cui ci ricorda il testo della sequenza della giornata odierna:
“Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell'intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è árido, sana ciò che sánguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna”.
La Pentecoste che chiude il ciclo dell’intero periodo pasquale dell’anno liturgico, dopo 50 giorni di riflessione sul mistero centrale della nostra fede, che è la passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo di nostro Signore Gesù Cristo, oggi la parola di Dio ci porta al momento in cui gli Apostoli ricevono la consacrazione nell’amore, nella testimonianza e nell’annuncio missionario nel giorno di Pentecoste. A descriverci in modo dettagliato questo singolare evento personale ed ecclesiale sono propri gli Atti degli Apostoli, che nel brano odierno ci dicono esattamente come andarono le cose nel Cenacolo e quali segni la discesa dello Spirito Santo su di loro lasciò evidenti non solo negli occhi dei presenti, tanto da fissarli in una descrizione particolareggiata, ma soprattutto nel cuore dei presenti, che diventano in quel preciso attimo uomini nuovi, uomini pieni dello spirito di Cristo, coraggiosi per svolgere al meglio la loro missione nel mondo. “Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Nel dono dello Spirito Santo fatto alla chiesa nascente, Gesù attesta una speciale vicinanza ai suoi, come aveva annunciato: non vi lascerò orfani, ma su di voi invierò lo Spirito Consolatore che vi darà possibilità di comprendere ogni cosa e di agire per conto di Dio nel mondo. Infatti, la Chiesa potrà esercitare la missione dell’annuncio e della riconciliazione proprio in ragione di questa presenza dello spirito che santifica e vivifica, che far risorgere dalle macerie del peccato e dell’abbrutimento morale, mediante il sacramento della misericordia e del perdono. Il testo del Vangelo ci riporta proprio al momento in cui Cristo risorto donando lo Spirito dà il compito del perdono e la remissione dei peccati: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
A ben leggete tutto il mistero della Pentecoste nella nostra vita ci accorgiamo esattamente chi siano e dove andiamo, qual è la nostra missione, come singolo battezzato e cresimato, ma anche come Chiesa nel mondo di oggi. Siamo templi dello Spirito Santo e tutta la nostra vita deve riflettere questa dignità e questa responsabilità. Tutto questo lo comprendiamo meglio alla luce della seconda lettura della parola di Dio di oggi, tratta dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi:
“Fratelli, nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo. Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito”.
Nello Spirito Santo formiamo un solo corpo ed un solo spirito, professiamo una sola fede, manifestiamo un solo amore per la religione, annunciamo l’unico Salvatore del mondo, siamo incamminati vero una patria comune a tutti. Pur nella diversità dei doni e dei carismi di ciascuno, tutti contribuiamo al bene della comunità dei credenti, secondo quando afferma l’Apostolo Paolo nel brano di oggi, usando la similitudine del corpo umano nella sua strutturazione essenziale per illustrare il rapporto tra Cristo e la sua Chiesa. Un rapporto inscindibile e comprensibile proprio alla luce di quella carità, di quel fuoco e sorgente d’amore che è lo Spirito Santo.
La nostra riconoscenza a Cristo per ha promesso ed inviato a noi lo Spirito Santo, “che è Signore e dà la vita e procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre ed il Figlio è adorato e glorificato e ha parlato per mezzo dei Profeti, come recitiamo nel Credo Apostolico. Questa riconoscenza la manifestiamo nella preghiera e nella celebrazione eucaristica, in quanto oggi Dio “ha portato a compimento il mistero pasquale e su coloro che ha reso figli di adozione in Cristo suo Figlio ha effuso lo Spirito Santo, che agli albori della Chiesa nascente ha rivelato a tutti i popoli il mistero nascosto nei secoli, e ha riunito i linguaggi della famiglia umana nella professione dell’unica fede”.
Quanto sia preziosa l’unità della famiglia cristiana lo comprendiamo alla luce di tante divergenze e difficoltà di relazioni che esistono oggi anche in questa realtà; ma quanto sia più importante l’unità della famiglia umana lo si comprende di fronte alle tante divisioni e scissioni che esistono oggi nel mondo. Come singoli credenti e come comunità ecclesiale dovremmo fare ogni sforzo per vivere nell’unità e testimoniare l’unità. E’ quanto chiediamo oggi allo Spirito di Cristo che è spirito d’amore e di consolazione.



Solennità dell’Ascensione
4 maggio 2008
Perché guardare il cielo?
di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la solennità dell’Ascensione di nostro Signoew Gesù Cristo al cielo. E’ la festa della speranza cristiana, è è la festa della vera e definitiva meta di ogni credente, quel cielo ove Gesù si innalza per propria potenza, quel cielo che fissano i discepoli nel momento in cui Gsù Cristo lascia definitivamente la terra, nell’attesa del suo secondo e definitivo ritorno per giudicare i vivi e i morti. Oggi di fronte al mistero dell’Ascensione di Cristo c’è bisogno di interrogarsi sul perché guardare il cielo se ancora il cielo indica qualcosa per noi uomini e credenti del terzo millennio dell’era cristiana. Quel cielo che indica l’eternità di Dio e la nostra definitiva patria. Cogliere il vero significato che il cielo ha per noi viventi è dare senso alla nostra vita nel tempo. Guardare il cielo si motivo perché in esso scorgiamo la gioia di vivere, la vera serenità e l’aspettativa più vera per ciascuno di noi e per l’intera umanità, salvata da Cristo, asceso al cielo.
Gli Atti degli Apostoli ci descrivono il momento esatto in cui Gesù ascende al cielo e parimenti ne spiega anche le ragioni storiche e teologiche.
“Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Dal racconto comprendiamo esattamente anche ciò che ci spetta fare mentre contuiamo a vivere nel tempo. Bisogna continuare l’opera di Cristo nel mondo nell’attesa della sua venuta. Un’opera che comprende esattamente quello che Gesù dice agli apostoli di fare mentre se ne torna alla destra di Dio Padre. Questo comando Gesù lo esplicita con chiarezza, nei contenuti, nei metodi e nelle finalità nel brano del Vangelo di Matteo che oggi ascoltiamo:
“In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Andare in tutto il mondo e predicare il regno di Dio, la salvezza operata di Cristo. Compito fondamentale è quello dell’evangelizzazione e del battesimo, quale fondamentale scelta di fede e di adesione a Cristo. Non si tratta di fare proseliti di un regno che non ha senso, ma di comprendere il mistero della salvezza del genere umano, cioè un Dio che ha inviato il suo Figlio Unigenito nel mondo perché tutti avessero la pienezza della vita. Insegnamento e adesione volontaria e responsabile al Vangelo sono i pasi preliminari di quanti vogliono seguire Cristo e immettersi nell’esperienza di quella famiglia di Dio che è la Chiesa. Da questa adesione scaturisce l’impegno e la fedeltà, che consiste nell’ossservare tutto ciò che il Signore ha comandato di fare per il nostro ed altrui bene. Ma consiste pure nel vivere in un atteggiamento di fede-speranza i cui connotati essenziali sono espressi nel brano della seconda lettura odierna tratta dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni: “
Fratelli, il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose.
La sintesi della persona e della missione di Cristo che l’Apostolo Paolo ci offre in questo testo ci aiuta a capire quale scelta fare per essere davvero dalla parte giusta. In questo anno paolino che ci accingiamo tra qualche mese a vivere nel ricordo di quel grande apostolo delle Genti che fu Paolo di Tarso siamo chiamati a far tesoro del suo insegnamento cristologico, sapendo che Paolo dopo la sua conversione fece di Cristo davveto il centro della sua e l’unico fine della sua esistenza terrena. Abbiamo anche noi di fare questa forte esperienza di Cristo nella fede, nella speranza e nella carità, le tre virtù teologali che trovano la ragio n d’essere proprio in Cristo, perché
Dio Padre tutto ha sottomesso a Cristo e lo ha dato alla Chiesa come capo su tutte le cose.
La nostra lode e ringrziamento al Signore della vita e della gioia, a quel Cristo che è andato a preparare un posto per tutti nel suo regno di gloria e di gioia per sempre. Possiamo allora pregare con le parole della liturgia odierna:
“Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Amen


VI Domenica di Pasqua
27 aprile 2008

Pronti a rendere ragione della nostra speranza fondata su Gesù Cristo.

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la domenica Sesta domenica del tempo di Pasqua. E’ la domenica della carità, ovvero di quell’amore che Dio è venuto a comunicare al mondo, mediante il suo Figlio, Gesù Cristo, redentore del genere umano, crocifisso, morto, risorto ed asceso al cielo. Quel Gesù che ci rivela il vero volto di Dio, che è il volto dell’amore e della misericordia. Un amore che ci viene trasmesso costantemente mediante la grazia santificante e mediante il dono dello Spirito Santo. Un amore che chiede come una risposta personale e che consiste nell’osservanza dei comandamenti di Dio, così come sono stati comunicati all’umanità, sia nell’alleanza sinaitica e soprattutto nella nuova ed eterna alleanza del Calvario. Il testo del Vangelo di Giovanni che oggi ascoltiamo durante la celebrazione della parola di Dio nella messa domenicale ci indica il percorso spirituale che siamo chiamati tutti a fare nell’avere presente davanti a noi il nostro modello per eccellenza che è Cristo: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Nell’attesa del dono dello Spirito Santo che annualmente celebriamo nella solennità della Pentecoste, ci sono di conforto le parole di Gesù che ci rassicura della sua stretta vicinanza nel cammino personale ed in quello della comunità dei credenti e dell’umanità. Egli non ci lascia orfani, senza padre e senza madre, ma continuerà ad essere il Padre e la Madre di sempre attenta ai bisogni spirituali dei suoi figli, senza eccezione verso qualcuno, perché tutti sono nel cuore di Dio e tutti Dio vuole che raggiungano la vera gioia e felicità. L’universalità della salvezza è ben evidenziata nel testo del brano degli Atti degli Apostoli che oggi ascoltiamo come prima lettura della parola di Dio di questa sesta domenica di Pasqua:
“In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo”.
Nella duplice azione di annuncio della parola e dell’amministrazione dei sacramenti, la chiesa delle origini precisa i punti cardini della sua missione in mezzo alle genti. Essa evangelizza, ma anche dono la grazia di Cristo, mediante i segni che Cristo ha affidata ad essa per trasmettere la grazia. Battesimo, Cresima, liberazione dai peccati, guarigioni e miracoli accompagnano in questo testo l’opera missionaria ed apostolica di Filippo ma anche dell’intero gruppo degli Apostoli.
Dall’annuncio alla missione, alla testimonianza, si completa così il percorso di formazione cristiana e di formazione alla fede, che tutti siamo chiamati a fare. A rammentarci esattamente ciò che compete al cristiano di ieri, come di oggi, è il breve testo della Prima Lettera di san Pietro apostolo:
“Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito”.
Il cristiano è l’uomo della speranza, fondata su Cristo nostra speranza. Tale speranza deve essere attestata con una degna condotta di vita, improntata a dolcezza e rispetto verso tutti, con una coscienza retta, in base alla quale, senza parole, ma con i fatti, testimoniano che Cristo è davvero la nostra gioia, la nostra vita, la nostra speranza. Un criterio di azione viene espresso in modo chiaro anche nei confronti di quanti conosciamo e con i quali viviamo: è il criterio del bene che va fatto sempre, perché è meglio davanti a Dio soffrire facendo il bene, appunto, e non progettando e facendo il male. Il modello del nostro agire da credenti non può essere che Cristo, il quale ci ricorda l’Apostolo Pietro “è morto per i peccati, giusto per gli ingiusti”. Quante sofferenze, incomprensioni, quanta ingratitudine da parte delle persone beneficate da noi, a partire dai parenti più stretti per allargarci agli amici, conoscenti, uomini e donne di ogni condizione sociale. Ecco il bene fatto non venga rimpianto, ma forti dell’esperienza di un Dio che è Amore e di un Dio che riconoscerà a ciascuno i propri meriti, continuiamo sulla strada della bontà e della testimonianza della fede cristiana, che è il motivo ispiratore della nostra azione ed eleviamo la nostra preghiera al Signore con queste parole:
“O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi”. Amen.




V Domenica di Pasqua
20 aprile 2008

“Cristo nostra via, vita e speranza”

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la domenica Quinta domenica del tempo di Pasqua. E’ la domenica della speranza messianica, in quanto Cristo si presenta a noi come la Via, la Verità e la Vita. Di fronte all’imminente ascensione del Signore al Cielo, il divino Maestro prepara il gruppo dei discepoli al prossimo distacco, che non sarà definitivo, in quanto egli andrà a preparare un posto per tutti, a prenotare il passaggio alla vera e definitiva felicità. Per raggiungere questa meta ci indica la strada, che è Lui stesso, il contenuto, che è la vera e definitiva vita, il metodo e la strategia per conseguirlo che è la verità, identificata nella sua persona. Il testo del Vangelo di Giovani ci fa cogliere l’essenza di questo riproporsi di Cristo all’attenzione dei discepoli in modo unico ed irripetibile, in cui converge verso di Lui e attraverso di Lui arriva al Padre: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
Gesù Cristo è la rivelazione di Dio Amore, di Dio Padre, di un Dio che attende l’uomo e l’umanità nella gloria del suo Regno, ove tutti hanno diritto di accesso se vivono la loro esistenza terrena ponendo al centro di essa proprio quel mistero della salvezza portata a compimento nella morte, risurrezione e gloriosa ascensione del Signore.
Dalla seconda lettura della parola di Dio di oggi, tratta dalla prima lettera di san Pietro comprendiamo meglio il senso di questo Vangelo di oggi in cui Gesù fa riferimento alla sua imminente ascensione al cielo, senza con ciò abbandonare a se stessa l’umanità, tantomeno la sua chiesa il cui inizio è segnato anche dal racconto degli Atti degli Apostoli di cui un brano particolarmente significativo ascoltiamo oggi nella Prima Lettura dei testi sacri. Soffermandoci sulla Lettera di San Pietro capiamo che Cristo è la nostra pietra angolare il nostro punto di riferimento costante per costruire il nostro edificio spirituale; ma comprendiamo anche perfettamente qual è il nostro ruolo e la nostra missione nella Chiesa e per la Chiesa:
“Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Ogni cristiano fa parte del popolo eletto, di quella stirpe cara a Dio, tanto da inviare il suo Figlio Gesù Cristo perché abbiano in Lui la vita e l’abbiano in abbondanza.
Tale vita è necessaria farla conoscere e diffonderla. Gli apostoli erano perfettamente consapevoli che la conoscenza di Cristo, Via, Verità e Vita passava attraverso l’annuncio, l’evangelizzazione. Da qui la necessità di concentrarsi maggiormente sulla predicazione come ci ricorda il testo degli Atti degli Apostoli odierno. La scelta di ordinare o destinare al servizio delle mense altre persone (oggi sono i diaconi) fu giusto e sapiente, tanto è vero che la duplice missione di annuncio e diaconia la chiesa primitiva iniziava a muovere i suoi passi con maggiore semplicità e con più ordine e con carismi e ruoli precisi. “In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede”.
Alla luce di questi testi sacri si comprende come la chiesa abbia avuto a cuore fin dai suoi primordi l’urgenza della diaconia soprattutto verso le persone in difficoltà e come l'abbia concretizzata destinato ad essa figure autorevoli e importanti che svolgevano tale missione a nome di tutti. Parimenti risulta chiara che la priorità assoluta risulta essere quello del primo annuncio e come a questo annuncio si siano dedicati propri i discepoli di Cristo, quelli che meglio avevano condiviso con Lui il ministero pubblico, ma anche la morte in Croce, la Risurrezione. La dottrina ormai si è consolidata in loro e le profonde convinzioni di fede necessitano di essere trasmesse agli altri attraverso la parola, ma anche con la testimonianza della vita. Ortodossia e ortoprassi cammina insieme e realizzano il progetto missionario di evangelizzazione della Palestina e successivamente di tutte le altre regioni, avviando l’opera che Cristo aveva affidato agli Apostoli: andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi meglio di loro potevano parlare di Gesù? Chi meglio di Pietro poteva dire esattamente cosa era successo soprattutto dall’ultima cena fino all’ascensione e alla discesa dello Spirito Santo? Chi ha vissuto vicino a Cristo meglio lo può comunicare agli altri. E’ questo il senso anche di quella esperienza mistica, di contemplazione che siamo chiamati tutti a fare per poi portare agli altri la gioia di aver incontrato Cristo nella preghiera, nei sacramenti e soprattutto nel volto dei più poveri e sofferenti della terra. Una Chiesa unita in se stessa ed aperta al mondo al quale deve portare l’annuncio della salvezza con coraggio, semplicità, fedeltà, amore alla verità, nella difesa della giustizia e dei diritti fondamentali di ogni essere umano. Perciò sia questa la nostra umile preghiera di oggi:
“O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Amen.


III Domenica di Pasqua
6 aprile 2008

Riconoscerci nello spezzare il pane della carità e della speranza

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la domenica Terza domenica del tempo di Pasqua. E’ la domenica dei discepoli di Emmaus, in quanto il testo del Vangelo ci riporta all’incontro di Gesù Risorto con i due discepoli che vanno verso questo villaggio posto distante da Gerusalemme e discutono sulla morte in croce di Cristo, delusi di come era andata a finire la vicenda umana del maestro, ma anche la buona notizia che avevano recato le donne ai discepoli che a loro volta vanno al sepolcro e non trovano Gesù. Il dubbio sulla resurrezione di Cristo non viene eliminato dalla loro mente, finquando non riconoscono Gesù nello spezzare il pane, segno evidente che quel gesto di Gesù nell’ultima cena era vivo nella coscienza del gruppo degli apostoli come qualcosa di unico ed indicativo del mistero della morte e della risurrezione, il mistero pasquale che celebriamo in questi giorni. Tutto il racconto ci immerge nel clima della Pasqua che clima di speranza, gioia, fede, eucaristico. A leggere attentamente il brano si comprende come il testo sia uno dei più antichi di catechesi cristiana, incentrato sul nucleo essenziale dell’annuncio, ovvero della morte e risurrezione di Cristo che si conclude con la cena. E’ la struttura della celebrazione eucaristica come la viviamo oggi: la liturgia della parola con l’omelia e poi la celebrazione eucaristica con la partecipazione alla mensa eucaristica. Il testo del vangelo di Giovanni è molto bello e significativo per quanti vogliono fare un cammino pasquale autentico.
“Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. E’ facilmente comprensibile che la chiesa si riconosce tale intorno all’eucaristia e nell’eucaristia. I discepoli che riconobbero Gesù nello spezzare il pane. La gioia di condividere con Cristo il banchetto eucaristico, ove egli si rende presente in corpo, sangue, anima e divinità, presenza reale del Cristo redentore nei segni dai lui scelti per esserci vicini in un modo del tutto singolare, va portata agli altri con la stessa gioia del cuore che provarono i discepoli di Emmaus nel giorno di Pasqua nell’incontrare e cenare con Gesù risorto. Magari i cristiani di oggi avessero lo stesso entusiasmo e convincimento interiore di parlare di Cristo agli altri, soprattutto dopo averlo incontrato nella Pasqua settimanale della comunità ecclesiale con la partecipazione alla mensa della parola e dell’eucaristica.
Il testo degli atti degli Apostoli di oggi, sequenza quasi naturale di quello che abbiamo ascoltato nel vangelo ci dice esattamente quale fu l’impegno degli apostolo nel diffondere il Vangelo della Risurrezione agli uomini del loro tempo. Così nacque e si diffuse la Chiesa ai suoi primi albori, quando lo Spirito Santo aveva fortificato la fede degli apostoli paurosi e timori di parlare di Gesù solo Crocifisso: [Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”. Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”. Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».
Essere testimoni del Risorto sempre e in ragione del dono dello Spirito Santo che sudi noi è disceso in modo pieno nel giorno della nostra Pentecoste che è stato il sacramento della Cresima, il sacramento della testimonianza, del coraggio, della fedeltà, dell’eroismo, della coerenza.
Stesso tema riscontriamo nella Prima Lettera di Pietro che è la seconda lettura della parola di Dio di questa terza domenica di Pasqua. L’apostolo scelto da Gesù ad essere la guida della chiesa nel tempo parla appunto di fedeltà e coerenza di vita, in ragione di quel grande mistero della Pasqua di Cristo morto sulla Croce e risorto tra sangue e speranza, tra sofferenza e gioia interminabile, tra morte e vita oltre la vita: “Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri. Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia. Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio”.
Perciò possiamo ben pregare con le stesse parole dell’inizio di celebrazione: “O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane”.


Domenica in Albis – Ottava di Pasqua
30 marzo 2008

I frutti di una Pasqua che parta da Cristo e raggiunga tutti.

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la domenica in Albis (colore bianco), ottava di Pasqua e la liturgia ci riporta spiritualmente e idealmente al giorno della risurrezione di Cristo dalla morte. Tutta la parola di Dio, infatti, è incentrata di ripresentare alla nostra attenzione e meditazione ciò che avvenne nel giorno della Pasqua di Cristo e della Pasqua dell’intera umanità, in quanto Cristo risorto da morte e via di liberazione per tutti gli uomini, anche di coloro che non hanno avuto modo di conoscerlo finora o che pur avendolo conosciuto non hanno aderito liberamente al suo messaggio e quindi non professano la fede in Lui. Le apparizioni di Cristo ai suoi discepoli nel giorno di Pasqua e la settimana dopo, di cui ci parla il Vangelo di oggi, facendoci toccare con mano la condizione di paura e di solitudine in cui si trovarono i discepoli dopo la morte di Gesù, nei cui cuori non era ancora nata la speranza, né si era accesa la luce della fede nel risorto, ci dicono oggi quanto sia importante recuperare la fede per rimotivare la proprio esistenza. Quando questa è apparentemente vuota e insignificante, proprio allora una qualsiasi ispirazione ci può aiutare a risollevarci, a riprendere il cammino ed avere fede in lui. Certo rispetto all’atteggiamento di Tommaso, incredulo e per nulla fiduciosa sulla parola dei suoi compagni di viaggio nella fede, che vuole toccare con mano, vedere di persona il Cristo e costatare direttamente ciò che è successo ci far capire quanto bisogno abbiamo di preghiera, di fede più adulta per riporre in Gesù Cristo tutta la nostra fiducia e la nostra speranza. Il cammino della fede di Tommaso è il cammino della fede problematica di tanti uomini e donne anche del nostro tempo. Per l’apostoli facile approdare alla fede, perché ebbe modo di vedere personalmente il Risorto, per coloro che come noi, a distanza di 1975 anni dalla risurrezione di Cristo dobbiamo sono credere alla parola di Dio e a quella della Chiesa che ci dice che Cristo è risorto, è davvero risorto e ci attende alla conclusione dei nostri giorni per donarci quella vita di pane e di perenne immortalità con lui nel Paradiso. Leggiamo il testo del Vangelo di Giovanni per cogliere le varie sfumature di questo incontro del Cristo glorioso con oil gruppo dei discepoli. “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
E’ interessante notare come nel Vangelo si evidenzi la missione alla quale Gesù chiama i discepoli e quindi la Chiesa: una missione di pace e di riconciliazione, di perdono e di amore; di carità e servizio, di evangelizzazione e promozione umana, di dono della grazia del battesimo e della penitenza. I frutti di questa Pasqua 2008 stanno anche in una ritrovata volontà di mettersi al servizio del vangelo con la generosità del cuore e soprattutto con la testimonianza della vita. Dobbiamo essere davvero persone risorte; dobbiamo aiutare le nostre famiglie comunità cristiane e civili a risollevarsi dalle condizioni di morte per fare spazio a nuove situazione di vita e di vita vera in Cristo vivente.
Tutto questo viene giustamente detto nella prima lettura della parola di Dio di questa domenica della misericordia, che è tratta dagli Atti degli Apostoli. In essa leggiamo testualmente: [Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati”.
La comunità dei salvati assume un nuovo stile di vita dalla quale parte per portare Cristo agli altri. Tale esperienza è la preghiera, la frazione del pane, ovvero al celebrazione eucaristica e la condivisione dei beni materiali posseduto, il distacco dal possesso delle cose e l’apertura ad un’azione missionaria sempre di più ampio raggio. I frutti di tale modo di vivere la fede nel risorto non tardano a venire, visto che sono molti coloro che si convertano e seguono la nuova religione. In questi nuovi cristiani nasce quasi spontanea la fede, la speranza e la carità. Tre virtù su cui i testi di oggi ci fanno riflettere, perché sono ben evidenti nei pensieri di coloro che ormai avendo lasciato dietro di sé il mondo dell’errore, delle tenebre, della menzogna, ora vivono con gioia l’esperienza di un mondo di luce e di speranza, basata su Cristo. Lo fa capire con precisione di concetti e di termini la secondo lettura odierna, tratta dalla prima lettera di san Pietro apostolo, nella quale vengono esposti alcuni principi e pastorali di grande utilità in questo periodo di Pasqua: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime”.
Come non accogliere questo invito di essere colmi di gioia ad appena una settimana dalla Pasqua? Sì è necessario sentire questa pienezza di gioia che ci viene da Dio. Ma per esperimentare questo è necessario che Cristo sia risorto davvero per noi e non che continui a giacere nel sepolcro vuoto delle nostre miserie, dei nostri peccati, delle nostre debolezze e fragilità del nostro orgoglio e della nostra superbia. Se non abbiamo superato questi limiti, Pasqua non è mai arrivata per noi, né potrà arrivare in avvenire. Sarà davvero Pasqua per noi se risorgiamo nell’amore ed operiamo per dare e ricevere solo amore. Possiamo elevare così al Signore la preghiera dell’assemblea domenicale tutti insieme, uniti spiritualmente da un capo all’altro del pianeta cattolico: “Dio di eterna misericordia, che nella ricorrenza pasquale ravvivi la fede del tuo popolo, accresci in noi la grazia che ci hai dato, perché tutti comprendiamo l’inestimabile ricchezza del Battesimo che ci ha purificati, dello Spirito che ci ha rigenerati, del Sangue che ci ha redenti.” Amen.


Domenica di Risurrezione
23 marzo 2008
La nostra vera Pasqua

di padre Antonio Rungi

“Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato: celebriamo dunque la festa con purezza e verità. Alleluia”. Con questa antifona accogliamo oggi, nella solennità della Pasqua, la proclamazione del Vangelo della risurrezione. In questo breve, ma significativo versetto della Prima Lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo è sintetizzata la nostra Pasqua. Ciò che la Pasqua è in stessa, ciò che la Pasqua è per noi, ciò che la Pasqua è per tutti i credenti. La nostra Pasqua è Gesù Cristo, risorto dalla morte e vincitore del peccato e della morte, il vero uomo libero, il vero Dio della vita, il Dio vero da Dio vero, generato, on creato, della stessa sostanza del Padre che per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, che per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, morì e fu sepolto ed il terzo giorno risuscitò da morte, come professiamo nel credo e come ci ricorda il testo degli Atti degli Apostoli che leggiamo oggi: “In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».
Noi ricordiamo oggi questo avvenimento, quel terzo giorno di cui Cristo aveva spesso parlato ai discepoli durante la sua vita quando faceva riferimento proprio al mistero della sua morte e della sua risurrezione. Distruggete il tempio ed io lo ricostruirò in tre giorni. Tanti riferimenti biblici, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento che ci indicano questo giorno della vita senza più tramonto e dolore, senza più lutto ed angoscia, ma luminoso, gioioso inizio di una felicità che avrà il suo pieno compimento proprio nell’eternità. Sono sentimenti, sensazioni, speranze, certezze, attestati di fede che eleviamo nella preghiera oggi all’inizio della messa nella solennità della risurrezione di Cristo, pregando con l’intera comunità dei cattolici, in questi termini:
“O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte e ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, concedi a noi, che celebriamo la Pasqua di risurrezione, di essere rinnovati nel tuo Spirito, per rinascere nella luce del Signore risorto”.
Come non andare oggi a quel sepolcro vuoto trovato dalle donne e dai discepoli in quel terzo giorno dopo la morte di Cristo, come ci rammenta il testo del vangelo di oggi: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.
Gli stessi sentimenti di dubbio e di speranza prendono anche noi uomini e donne di questo terzo millennio dell’era cristiana, con la consapevolezza della fede che Cristo è davvero risorto e che ci precede in Galilea, intesa,in questo nostro caso, come la terra della vera e definitiva promessa, quella della vita eterna. Questa certezza ci impegna a rinascere nella luce del Signore risorto, cioè in quella fede molto spesso messa in dubbio, abbandonata, anche se per un attimo o per pochi momenti della nostra vita, per riporre la nostra fiducia alle cose di questa terra, che non possono certamente donarci la gioia vera e per sempre, quella che non si limita ad un momento, fosse pure esaltante e gratificante della sfera umana, sensitiva, intellettiva, psichica, sociale, ma che ci donano solo l’estasi di un momento che non può durare più di quell’attimo, rendendo il nostro cuore vuoto e privo di ogni gioia che viene da Dio e che si pone in Dio. Molto esplicito è il brano della seconda lettura di oggi tratto dalla lettera di san Paolo Apostolo ai Colossesi
: “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria”. Un testo che si commenta da solo, in quanto ci indica con esattezza la nostra meta e quali comportamenti dobbiamo assumere proprio in ragione del perseguimento di tale meta della nostra vita. Cercare le cose di lassù, dove Cristo ci attende per conferirci lo status di beati per sempre, dopo una vita che è impegno quotidiano, attraverso una lotta difficile e pesante contro il peccato, per far emergere dentro di noi questa piena volontà di vivere nella grazia e con la grazia. Questa vita di nascondimento in Dio ci offre la reale possibilità di una salvezza che altre cose chiassose e rumorose di questo mondo non potranno mai donarci, pur rispettando la loro legittima dignità e valore umano e terreno.
La nostra Pasqua anche in questo 2008 non può prescindere dalla riconfermata nostra fede nel Redentore dell’umanità, la nostra fede nell’eternità. Gesù Risorto ci liberi da ogni attaccamento eccessivo alle cose di questo mondo e di questa terra, che allontana da ogni il pensiero dell’eterno e ci fa vivere come se Dio non esistesse e che non è altra vita se non quella di questo mondo. La nostra certezza di una vita oltre la vita, di vita in vita, ci porta a vivere degnamente in questo mondo, preparando ogni giorno quella mensa della felicità dalla quale nessuno è escluso, ma che qualcuno potrebbe autoescludersi, ben sapendo come dice il Papa Benedetto XVI, nell’Enciclica Spe Salvi, vittime e carnefici non possono sedere allo stesso tavolo dell’eternità. Qualche distanza reale, quella della realtà eterna, ci sarà e chissà se la si potrà ridurre o azzerare, mediante la preghiera, l’eucaristia e la carità di quanti viventi sono in attesa dell’incontro con Dio, in una comunione di intenti e di sentimenti che potranno liberare dalle “fiamme purificatrici” del Purgatorio coloro che sono morti nella speranza della beata risurrezione. Il sepolcro vuoto del Calvario, è preannuncio del sepolcro vuoto di tutti gli esseri umani destinati alla felicità eterna anche con la risurrezione della carne alla fine dei tempi e della storia, quando Gesù Cristo verrà di nuovo a giudicare i vivi e i morti ed il suo regno non avrà più fine.
Buona Pasqua, nella consapevolezza che questa Pasqua 2008 è l’anticipo di quella Pasqua senza tramonto alla quale aspiriamo noi cristiani che credono nella risurrezione del suo unico Capo.


Domenica delle Palme
16 marzo 2008
La nostra Domenica delle Palme e di Passione
di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la Domenica delle Palme. Inizia la settimana più importante dell’anno liturgico, la settimana maggiore, la settimana santa, la settimana della Passione di nostro Signore Gesù Cristo. Inizia con la lettura del Passio durante la liturgia eucaristica, per indicare il percorso spirituale, l’itinerario che il cristiano è chiamato a fare in questi giorni santi, vicino a Cristo, umiliato e crocifisso. E’ evidente che anche in questo nostro tempo, segnata da una crescente attenzione ai soli beni della terra, c’è pure una riscoperta di Dio, del sacro, della spiritualità. E per il cristiano la Settimana santa è un tempo di straordinaria proposta religiosa e spirituale che è giusto valorizzare appieno, sia mediante la partecipazione alle diverse funzioni religiose e sia per la rinnovata pratica delle varie processioni che si tengono ovunque nel nostro Paese e nel Mondo soprattutto in occasione del Venerdì Santo. Si inizia con l’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme che nella liturgia ricordiamo con la benedizione dei rami di ulivo che ci scambieremo in segno di pace e riconciliazione tra noi. Altro significativo appuntamento della settimana maggiore è la messa crismale del Giovedì Santo e la Messa in Coena Domini, che ricorda l’istituzione dell’eucaristia e dell’ordine sacerdotale. Particolare attenzione sarà posta alla celebrazione del Venerdì Santo, anticipato nei contenuti dalla celebrazione di oggi, domenica di Passione. E proprio sul mistero della Passione di Cristo e specialmente sulle parole di Cristo dalla Croce che si concentra oggi e in questa settimana la nostra riflessione. La meditazione sulle Sette parole di Gesù ci aiuta a camminare verso la Pasqua di Domenica prossima con un animo riconoscente e grato al Signore per il suo infinito amore manifestato a noi proprio nella sua Passione, Morte e Risurrezione.
Queste le sette parole pronunciate da Gesù mentre stava per concludere la sua via terrena appeso alla Croce della nostra liberazione: 1."Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno": motivo questo per esaminare attentamente noi stessi e riflettere sulla nostra condizione di peccatori, bisognosi della misericordia di Dio. 2. "In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso": motivo per considerare attentante il destino eterno dell’uomo, che è la gloria dei cieli e soprattutto quello di non giudicare e condannare nessuno, in quanto il pentimento può giungere a qualsiasi momento della nostra vita. L’uomo guarda l’apparenza; Dio guarda il cuore. 3. "Donna, ecco tuo figlio! [Figlio,] ecco la tua madre!": motivo per meditare sulla missione di Maria nella Chiesa, data a noi come dolcissima e tenerissima Madre da Gesù, e parimenti per considerare quale tipo di accoglienza è riservata a Maria nella nostra vita di cristiani. 4."Dio mio. Dio mio, perché mi hai abbandonato?": motivo per riflettere sul senso dell’abbandono e della fiducia in Dio; tematica di grande attualità anche per considerare il problema della solitudine umana soprattutto nel momento del dolore e della morte. 5. "Ho sete": motivo per riflettere sulla testimonianza che il cristiano è chiamato a dare davanti al mondo, ben sapendo che il suo Maestro è Signore è morto in Croce, perché tutti gli uomini si salvino per l’eternità. 6."Tutto è compiuto!": motivo per meditare il sacrificio di Cristo, che porta a termine la sua missione, bevendo il calice amaro della sofferenza e della morte in croce. 7."Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito": motivo per considerare come improntare la nostra vita, sul modello di Cristo Crocifisso, nella nostra quotidianità e soprattutto nel momento della sofferenza e della morte.
C'è un punto, per il cristianesimo, che costituisce la chiave di tutto. Un punto che si concentra in alcune ore di una giornata in apparenza del tutto identica alle innumerevoli altre giornate che la storia del mondo ha già visto e vedrà, eppure carico di un significato assoluto da cui dipende il destino di tutti. Si tratta del Venerdì Santo. La risposta ai tanti interrogativi dell’esistenza umana personale e della storia dell’umanità la troviamo in quelle sette parole di Cristo pronunciate con amore e dolore dalla Croce. Alla scuola di questa estrema sintesi di ogni teologia, antropologia, sociologia, storia, il credente può trovare le ragioni più profonde per sperare e non disperare, per la vera felicità e non solo della sofferenza umana. Ecco perché meditare su queste sette parole aiuta a capire il senso della missione di Cristo, unico salvatore dell’umanità, e soprattutto il senso del nostro patire e soffrire. L'intera realtà della nostra vita cristiana si impernia sul "mistero pasquale" della morte e risurrezione di Cristo. Come la Pasqua ebraica ricorda la liberazione dalla schiavitù in Egitto, così il mistero pasquale ricorda il passaggio dell'umanità dalla morte alla vita. Il ricordo della Passione di Cristo non solo un triste ma necessario preludio alla gioia della Pasqua, è la tragica fine terrena del Figlio di Dio, espressione di un amore immenso che dà senso ad ogni momento della nostra vita. Oggi non c’è da meravigliarsi, data la cultura dissacrante, se ci imbattiamo in persone che, in sostanza, non "afferrano" questa vicenda della croce e della crocifissione di Cristo sul Calvario. Alcune di tali persone sono anche da sempre ferventi cristiani, altri sono in cerca di risposte e altri ancora sono miscredenti. A ben leggere la storia della salvezza, così come progettata da Dio, non c'è nulla di più fondamentale per il cristiano di ciò che accadde sul Calvario. Possiamo ben dire, che Passione e Morte in Croce di Gesù è cruciale non solo per la fede cristiana, ma per l’esistenza umana, al di là delle religioni e dei credi che professiamo. Meditare su questo evento cruciale significa andare al cuore del grande messaggio del cristianesimo e della salvezza del genere umano, portata a compimento da Gesù Cristo sul Calvario. Senza Passione, non c’è Risurrezione. Cristo che muore per noi sulla croce, per amore, è lo stesso Cristo glorioso e trionfante che risorge per noi dalla morte e dal sepolcro. Il nostro itinerario umano e cristiano non si ferma al Calvario, né al sepolcro; ma va oltre e si apre all’eternità, ad una vita oltre il patire, il soffrire e oltre la morte che comunque fa paura e mette angoscia a tutti, soprattutto se è una lunga agonia che investe tutta la vita. Gesù ci libera da questa paura proprio con la sua morte in croce. Ma è opportuno e salutare fare una breve sosta sul Calvario e ai piedi del Crocifisso, per ascoltare nel profondo del nostro cuore ciò che il Signore vuole da ciascuno di noi.


Quinta Domenica di Quaresima
9 marzo 2008

La risurrezione di Lazzaro, preannuncio della risurrezione di Cristo.

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la quinta domenica di Quaresima. Siamo praticamente alla vigilia della Pasqua, in quanto domenica prossima celebreremo le Palme e la Domenica della Passione. Al centro della parola di Dio di questa domenica c’è la risurrezione di Lazzaro, l’amico di Gesù, che Egli richiama alla vita, nonostante che siano passati alcuni giorni dalla morte e il suo corpo ormai era decomposizione. E’ evidente che nel brano del Vangelo di Giovanni, l’unico dei quattro evangelisti che riportano il racconto, c’è un evidente anticipo di ciò che succederà al sepolcro del Calvario dopo la morte di Gesù. Al terzo giorno egli risorge. Con la risurrezione di Lazzaro Cristo ci vuole far capire che la vita dell’uomo non finisce con la morte, ma va oltre la morte, è destinata all’eternità. Non a caso egli ribadisce in questa circostanza la sua identità “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, non morrà in eterno”. La fede in Cristo è fede nell’eternità, è fede nella vita oltre la morte, è certezza di una vita che sarà beata per sempre perché è destinata ad incontrare il Risorto nella gioia della Pasqua senza tramonto. Il testo del vangelo è carico significati non solo teologici, ma anche umani e psicologici. Vedere Cristo che si commuove di fronte alla morte dell’amico Lazzaro ci fa capire che la morte di una persona cara non può lasciare insensibile nessuno, neppure chi, come Gesù, aveva la pienezza della vita e sapeva benissimo ciò che sta oltre la morte. Interessante anche notare questa speciale attenzione che Gesù nutre verso le sorelle Marta e Maria, di cui il Vangelo ci parla in altra circostanza, quando Gesù viene accolto in questa casa e Marta si preoccupa di servire il Maestro, mentre Maria di preoccupata di ascoltare il Maestro. Ecco il testo del Vangelo di oggi che richiede un approfondimento personale: “In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui”.
Il Vangelo si chiude con la professione di fede in Cristo liberatore della morte. Il miracolo della risurrezione di Lazzaro, come tutti i miracoli compiuti da Gesù non sono altro che testimonianza e rivelazione della divinità di Cristo. Leggere i miracoli in questa ottica ci aiuta a capire il senso di determinati miracoli come quello che ricordiamo nella liturgia odierna, chiaro invito a tutti a rinnovare a nostra fede in Gesù Cristo vincitore del peccato e della morte.
Anche la prima lettura di questa domenica ci rimanda al mistero della risurrezione e della vita eterna. Il libro del profeta Ezechièle è molto esplicito al riguardo: “Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio”.
Già nell’Antico Testamento la coscienza dell’eternità dell’uomo, il mistero della risurrezione dei corpi per una vita senza più termine e fine emerge chiaramente dai testi sacri, come è facilmente leggibile dall’insieme di tutta la Parola di Dio di questa domenica quinta della Quaresima.
Su questo stesso argomento è incentrato il breve passo della lettera di san Paolo apostolo ai Romani, che ascoltiamo come seconda lettura. Si tratta di un brano che oltre agli aspetti prettamente teologici, indica anche un percorso morale che va seguito per quanti credenti in Cristo guardano la loro vita oltre la morte e la collocano nell’eternità. “Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
In questo contesto di riflessione, risulta particolarmente significativo il n.10 dell’Enciclica di Benedetto XVI sulla speranza, ove si parla della vita eterna. “Vogliamo noi vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile”.


Quarta Domenica di Quaresima
2 marzo 2008

Cristo, la luce che dirada le tenebre del peccato.

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la quarta domenica di Quaresima. Il cammino verso la Pasqua accelera ed è in dirittura d’arrivo. Anche la parola di Dio ci sollecita un impegno più intensivo ed estensivo per prepararci in modo adeguato, da un punto di vista spirituale, a questo annuale solennità liturgica. E’ soprattutto il testo del vangelo di oggi che ci presenta il racconto della guarigione del cieco, tale fin dalla nascita, a farci riflettere sul tema della luce, che è uno dei simboli e segni più particolari della Pasqua, in quanto nella luce è indicata la fede, quel bene inestimabile ed essenziale per improntare un discorso religioso e cristiano. Qui è presentato il Cristo che guarisce soprattutto dalle tenebre del peccato, dal buio più profondo nel quale può ricadere un’anima ed una persona umana e dal quale bisogna riemergere con la grazie santificante e sanante che viene da Cristo Redentore. “In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
E’ interessante notare nel testo del vangelo lo stretto rapporto che intercorre tra la malattia fisica e quella spirituale. La cecità fisica è legata al peccato. E i discepoli di Gesù cercano di capire e farsi spiegare dal Signore di chi è la colpa se quell’uomo non ci vede ed è cieco. Gesù rispondere con un’appropriata catechesi sulla sua missione. Non attribuisce nessuna colpa e responsabilità per una carenza di ordine naturale e connaturale all’essere umano, ma fa di questa debolezza un’altra opportunità per trasmettere agli apostoli e discepoli il suo messaggio di salvezza. Quel messaggio che Gesù tiene a sottolineare nel fatto che egli è la luce che dirada le profonde tenebre del mondo che è il peccato. L’adesione a Cristo, il riacquistare la vista ed il vedere non è altro nel testo del vangelo il raggiungimento di quella condizione di grazia che è salute spirituale, è la fede in Cristo, unico salvatore dell’uomo.
Sul tema della luce è strutturata anche la seconda lettura, tratta dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni, nella quale l’Apostolo focalizza la riflessione proprio sul fatto che i cristiani venuti alla fede, hanno abbandonato la situazione di tenebra in cui stavano, per la mancanza di Dio nella loro vita, e si sono immessi su un percorso di luce, tanto che la loro vita è una via di luce e gloria nonostante che la propria esistenza debba attraversare le tante valle di lacrime dell’esperienza umana e terrena: “Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà». Chi è toccato è preso da questa luce abbagliante che è Cristo non può rimanere come prima, ma è necessitato a cambiare vita e dare spessore morale alle proprie azioni. Azioni che si traducono in ogni bontà, giustizia e verità.
Nel contesto della parola di Dio di questa quarta domenica ha una sua precisa valenza anche la prima lettura di oggi, tratta dal primo libro di Samuele, nella quale è descritta la consacrazione di Davide a re del popolo eletto. Re Davide rappresenta la figura di Cristo Re e ne anticipa la missione e la funzione in mezzo al Popolo d’Israele. Gesù Cristo, infatti, per via genealogica della casa di Giuseppe, lo sposo castissimo di Maria, può entrare nella storia del popolo ebraico, come discendenza di Davide. Ecco perché storicamente si può attribuire a Lui il titolo di Re. Lo stesso titolo che Gesù rivendica durante il processo che lo condurrà alla condanna a morte per opera di Pilato. E fu lo stesso Pilato a fissare nella iscrizione sulla testa del Crocifisso il motivo della condanna. “Gesù Nazareno, Re dei Giudei”. La regalità di Cristo fu è continua ad essere di altra natura rispetto a quella esercitata da Davide. Egli è il Re della pace, della misericordia e della bontà. A questo singolare Re vogliamo rivolgerci anche oggi per chiedergli tutto ciò che è necessario per la nostra personale santificazione a partire da quella fede, molto spesso incerta, labile, messa in crisi e non curata per andare alla ricerca di altre presunte certezze che non sono Cristo, nelle le verità da lui proclamate e consegnate alla Chiesa perché ne facesse oggetto di impegnato esistenziale in prospettiva dell’eternità.



Terza Domenica di Quaresima
24 febbraio 2008

Cristo, l’acqua che disseta per l’eternità

di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la terza domenica di Quaresima. Ci avviamo lentamente verso la Pasqua 2008, incentrando il nostro itinerario quaresimale sulla preghiera, sulla penitenza sull’ascolto della Parola di Dio, che è alimento per la nostra vita spirituale e morale. Al centro del messaggio di questa domenica c’è la Samaritana, un personaggio evangelico di grande fascino spirituale, visto che Gesù proprio dall’incontro con questa donna al pozzo di Giacobbe sviluppa una riflessione profonda sul significato dell’acqua della vita, che è Lui stesso, come giustamente cerca di far capire a questa donna. E’ l’acqua della grazia, della misericordia, della bontà e della vicinanza di Dio nella vita di ogni uomo e di ogni persona capace di incontrarsi con Lui e di non ostacolare tale incontro.
Il testo del vangelo di Giovanni, nella forma integrale, ci fa assaporare questo profondo dialogo spirituale tra Gesù e questa particolare donna:
“In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica». Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
La struttura del dialogo tra Gesù e la donna mette il luce la progressione di una conoscenza di Cristo, che è adesione a Lui ed è fede in Lui. Gesù è al pozzo di Giacobbe. I discepoli sono andati in città in cerca di cibo. Arriva un donna samaritana per attingere l’acqua. Gesù che è senza mezzi materiali per attingere da pozzo chiede gentilmente di offrirgli da bene. La donna ha dell’incertezza iniziale, perché Gesù è giudeo e lei samaritana. Due gruppi sociali non in sintonia e in comunione. Poi il discorso di Gesù sull’acqua viva e via via le rivelazione di Gesù sulla sua condizione di donna particolare, con cinque mariti avuti in precedenza e con un uomo con cui conviveva attualmente. Poi la conversione della donna e la riflessione sulla preghiera e sull’adorazione. Infine il rinascimento di Cristo quale Messia e il suo personale impegno missionario per far conoscere Cristo agli altri. Poi il ritorno dei discepoli, con il tentativo di parte di allentare la donna da Gesù. La venuta di altre persone da Gesù. In ultimo il discorso di Gesù sul cibo, che per lui consiste nel fare la volontà di Dio. Un racconto molto articolato, con tanti spunti di riflessione su vari argomenti di carattere religioso, spirituale e morale e che nel contesto del periodo che stiamo vivendo, quello quaresimale, si addice perfettamente, per richiamare ciascuno di noi sul dovere fondamentale di incontrare Cristo nella sua parola, nella sua grazia, nei suoi segni sacramentali, nella preghiera e nella contemplazione del suo volto luminoso.
Sull’elemento naturale dell’acqua ci riflettere anche il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro dell’Èsodo. Qui viene riportato il momento in cui Dio interviene in aiuto al popolo ebraico nel suo itinerario verso la terra promessa, quando in mancanza di acqua si ribellò a Dio e si lamentò di averlo liberato dalla schiavitù dell’Egitto. Una ribellione nota come Massa e Meriba, proprio perché manifestata in quella località nel lungo itinerario esodale che portò Israele alla liberazione dalla schiavitù dell’Egitto verso la terra promessa.
“In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Anche in questa circostanza Dio non fa mancare il suo sostegno e il suo aiuto al popolo pellegrino e incerto nel suo cammino verso la libertà. L’acqua sgorga dalla roccia e il popolo può dissetarsi e riprendere il lungo viaggio della libertà. Anche qui vediamo prefigurato il tema della grazia sacramentale, in particolare quella battesimale. Il rito del battesimo infatti è tutto incentrato sull’acqua, quel segno di purificazione e rinvigorimento.
Nel testo della lettera di san Paolo apostolo ai Romani che ascoltiamo oggi, cogliamo il senso della missione di Cristo tra gli uomini, che è quella della redenzione del genere umano mediante la croce e la sofferenza.
“Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
La Pasqua alla quale ci stiamo preparando con tanti momenti di preghiera personale e comunitaria in fondo è un riproporci un cammino di fede più adulta e matura avendo come punto di riferimento essenziale, il Cristo Crocifisso, che è morto per noi sulla croce, testimoniando un immenso amore di Dio per l’umanità.




Seconda Domenica di Quaresima
17 febbraio 2008
Questi è il mio Figlio, ascoltatelo

di padre Antonio Rungi



Celebriamo oggi la seconda domenica di Quaresima. Prosegue il nostro itinerario verso la Pasqua, facendo tesoro di quanto il Signore ci suggerisce attraverso la sua Parola, che ascoltiamo nelle nostre assemblee domenicali. Le Domeniche di Quaresima hanno una speciale importanza per quanto attiene la progettazione della vita personale nell’ambito della settimana. Essa, infatti, ci dà l’input per operare in modo coerente con quanto ascoltiamo dalla Parola di Dio. Ed oggi il testo del Vangelo di Matteo ci indirizza verso la valorizzazione piena della Parola di Dio, che poi coincide con Cristo, il Verbo di Dio, la Parola unica e definitiva di Dio all’umanità. Il Vangelo, infatti, ci racconta la Trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor, alla presenza di tre apostoli (Pietro, Giacomo e Giovanni), con l’ausilio di due autorevoli voci dell’Antico Testamento, che sono Mosé ed Elia, l’uno il Patriarca e il Conduttore verso la Terra Promessa, l’altro il grande Profeta della Contemplazione e della preghiera. “In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».
Il mistero della trasfigurazione che viene oggi posto alla nostra attenzione e alla nostra meditazione è un invito chiaro e preciso a fare di Cristo il centro della nostra vita, Lui che è Luce e Verità, Lui che è pace e beatitudine. Proprio perché in Cristo l’uomo ritrova il senso della sua vita nel tempo con una chiara prospettiva eterna, deve egli avvertire questa necessità di non staccarsi da Lui. Il paradiso che i tre discepoli scelti da Gesù perché vedessero e sperimentassero, anche se per pochi attimi, cosa significa immergersi in Dio e toccare con mano la bellezza e dolcezza dei beni futuri, indica la nostra ultima meta, versa la quale siamo diretti. La professione della fede nell’eternità, necessita ogni giorno di discendere dal mondo delle illusioni e delle certezze di questo mondo per affidarsi e farsi guidare da chi questa eternità è nella sua stessa natura, perché Figlio di Dio, quel Gesù Cristo che deve morire per dare risurrezione, deve soffrire per dare gioia a chi gli è vicino o comunque è figlio di Dio ed è creatura umana. La lezione che ci viene dal monte Tabor è un insegnamento che attraverso il tempo e che rimane nella sua freschezza ed originalità, in quanto delle persone umane, fragili e deboli hanno la possibilità di capire cosa significhi camminare verso l’ultimo destino, cioè verso quella Patria Celeste, ove Santissima ci attende con tutti i santi, i beati, gli angeli e la Madonna.
Per camminare speditamente verso questa patria bisogna lasciare ogni cosa e tutto e seguire la voce di Dio. Questo è quanto ci invita a meditare oggi la prima lettura, tratta dal Libro della Genesi e che pone alla nostra attenzione il grande uomo di Dio, Abramo, patriarca del popolo eletto, figura eccezionale per molti versi e soprattutto per quella straordinaria fiducia di riporre in Dio ogni sua legittima attesa: “In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazionee ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore”.
Il partire di Abramo sulla parola del Signore è il partire di ogni uomo, da quando concepito nel grembo dalla sua mamma viene poi alla luce ed inizia il cammino della vita terrena, nella continua e sollecita preparazione della vita eterna. Un cammino incerto, problematico, che chiede rinunce grandi, come chi vuole vivere senza compromessi la propria fede. Un cammino che chiede di sacrificare le cose più belle ed importanti della propria vita, come nel caso di Abramo che invitato a sacrificare il suo figlio Isacco, prefigura, il primo di Dio-Padre, ed il secondo del Figlio di Dio, Gesù Cristo, che muore sulla croce per riscattare tutti noi.
Un messaggio che comprendiamo nella sua giusta portata teologica e dottrinale nella seconda lettura di oggi, tratta dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo, nella quale è detto con esattezza chi è Gesù Cristo e chi è l’uomo redento da Lui nel mistero del Calvario. “Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Gesù nella sua morte e risurrezione ci indirizza verso la vera comprensione del senso della vita umana, che non è una vita per la morte, ma una vita per la vita. La prospettiva eterna è qui messa in chiara evidenza e noi non possiamo non fare tesoro di quello che leggiamo nel testo sacro. Un testo che invita a riporre tutta la propria fiducia in Dio, sia su questa terra e sia nell’eternità
Noi questa fiducia, questo abbandono li vogliamo dimostrare ogni giorno e farli affiorare nella nostra vita come in quella degli altri, soprattutto di quelli che ci sono più vicini. Essere, infatti, testimoni dell’amore, della pace, della risurrezione, dell’eternità è compito di ogni buon cristiano, soprattutto in questo nostro tempo segnato da troppe false illusioni che l’uomo coltiva nel suo andare verso mete imprecise, confusione, disorientanti e confusionarie, è quanto ci chiede la Parola di Dio oggi, ben sapendo che molti dei cristiani che fanno esperienze paradisiache nella preghiera, nell’ascolto della parola di Dio, nella partecipazione alla mensa del Signore devono condividere con gli altri ciò che portano nel cuore e motiva ogni loro decisione.
Vogliamo perciò confermare anche attraverso l’impegno personale della preghiera e della contemplazione della Passione del Signore quello che diciamo oggi nell’assemblea eucaristica all’inizio della Santa Messa: “O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Amen


Prima Domenica di Quaresima
10 febbraio 2008
Vittoriosi come Cristo nelle tentazioni
di padre Antonio Rungi

Celebriamo oggi la prima domenica di Quaresima, di questo lungo tempo liturgico che ci porterà alla Pasqua 2008. Come si sa la Quaresima è tempo di preghiera, penitenza ed elemosina, come ci ha ricordato il Santo Padre, Benedetto XVI, nel suo recente messaggio alla comunità del credenti di tutto il mondo che vorranno vivere questa Quaresima nel segno della solidarietà e della condivisione. Oggi la Parola di Dio ci presenta Gesù Cristo che si ritira nel deserto a pregare e lì rimane quaranta giorni tentato in vario modo. Il vangelo, infatti, ci suggerisce che esiste una possibilità di fronteggiare le forze del male con le armi della preghiera, del digiuno e della carità vissuta e testimoniata. Chi nella cultura odierna, tra il serio ed il faceto, sostiene che per superare le tentazione l’unico modo è quello di soddisfarle ed acconsentire ad essi, costui fa opera distruttiva della forza spirituale che si annida nella vita di ogni persona, seriamente intenzionata a crescere in bontà, rettitudine e amore verso tutto e tutti. Il testo dell’evangelista Matteo che oggi ascoltiamo ci descrive dettagliatamente ciò che Gesù ha fatto prima di iniziare il suo ministero pubblico. Ciò che egli ha fatto è di esempio e trascinamento per ogni buon cristiano: “In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano. La triplice tentazione, tutte e tre di un certa consistenza e difficoltà, anche per lui che era Figlio di Dio, ci dice come è difficile superare le tante tentazioni della nostra vita, che si annidano nel cuore e nella mente. Il modo più onesto per superarle è quello di fortificarsi mediante uno stile di vita sacrificato, coraggioso e speranzoso. La lezione che ci viene dal nostro unico maestro è proprio qui: l’uomo nonostante le sue difficoltà, se confida in Dio e si abbandona, a lui può farcela in tutte le situazioni, anzi ce la deve fare, perché gli onori, i piaceri, il possesso, il potere di ogni genere, le affermazioni di se stesso durante poco o niente e danno la vera gioia del cuore e della vita.
Su questa linea interpretativa si colloca il brano della prima lettura di oggi, tratto dal libro della Genesi, ove viene presentato il testo del peccato originale e soprattutto la figura di Adamo. Uomo debole e fragile come la sua compagna, Eva, che spinge l’uomo a ribellarsi a Dio e a fare una scelta di vita al di fuori di Lui e senza riferimenti a Lui. Le conseguenze di questa scelta sono note: la sofferenza, la morte, il dolore e tutto ciò che è male nel mondo ha avuto origine da questo primo peccato, chiamato appunto originale. Gesù si presenta come il nuovo Adamo che risolleva nella sua morte in croce e la sua risurrezione l’umanità intera dal suo peccato di solitudine e di chiusura a Dio.
“Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture”.
Dopo il peccato originale, preso coscienza del grave errore, il testo della Genesi ci ricorda che Adamo ed Eva aprirono gli occhi e si accorsero di essere nudi. Questa nudità esprime la condizione di peccato e di disagio dell’uomo che fa a meno di Dio, sostenuto da quella superbia della vita e dall’orgoglio che bloccano di fatto ogni accesso alla bontà, misericordia e tenerezza di Dio. Il vero peccato dell’uomo sta nella superbia come ci ricorda il brando odierno.
San Paolo Apostolo parla apertamente di questo e lo sottolinea a chiare lettere nel brano della seconda lettura di oggi che è tratto dalla lettera ai Romani “Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti”. E’ evidente in questo testo il discorso della speranza cristiana che fa aprire la mente ed il cuore della gente ad incontrare Cristo e a riporre in lui tutta la fiducia. Cristo è l’unico salvatore dell’uomo, sul quale si possono investire le migliori energie della vita e la stessa vita, senza rimanere delusi, in quanto Cristo che è salito sulla Croce ha ridato all’uomo la dignità di figlio di Dio, perduta a causa del primo peccato. Con l’obbedienza di Cristo sulla Croce, con la sua accettazione del calice amaro della Passione, Gesù ci ha reso liberi e noi siamo davvero liberi. Ciò che nuovamente può renderci schiavi sono le passioni e le tentazioni, sono i peccati di cui non prendiamo coscienza o non vogliamo prendere coscienza. Con l’aiuto della grazia di Dio, noi possiamo fare un cammino di vera liberazione da ogni male e soprattutto da quel vizio che è la superbia, causa di tutti gli altri mali della singola persona e della comunità.
Vogliamo pregare in questo giorno con il Salmo 50 nel quale ci ricociamo per quel che siamo e chiediamo ciò di cui abbiamo davvero bisogno: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito”. Amen. Buon cammino quaresimale nel segno della penitenza, della preghiera e della carità vissuta.


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